Superare la crisi. La crisi economica di cui si parla da anni ha alla base una crisi del pensiero iniziata nell’Ottocento e diventata terribile nel Novecento: la separazione tra la cultura umanista e quella scientifica. È così accaduto che la cultura scientifica ha fatto giganteschi passi in avanti, ma è rimasta chiusa in campi specialistici, senza arrivare a toccare la cultura umanistica. L’uso delle tecnologie per la didattica può colmare questo terribile gap storico, aiutando a conoscere la complessità nell’unico modo in cui è possibile conoscerla: con un approccio transdisciplinare. Gli strumenti innovativi, se usati bene, possono essere un ponte sulla secolare voragine tra mondo umanistico e mondo scientifico e al contempo, uno strumento importante per uscire dalla crisi stessa, di pensiero, sulla quale si è innestata la successiva crisi economica. Una vera rivoluzione.

La città come aula. La conoscenza pluridisciplinare che viene così ad emergere grazie alle tecnologie per la didattica è destinata ad uscire dalla classe per permeare il tessuto della smart city. Scrisse, negli ormai lontani anni Ottanta, MacLuhan: “Città come aula significa in sostanza che la città a ogni ora, a ogni passo, a ogni crocicchio, da mille appuntamenti diversi con le più varie discipline; impartisce una lezione all’aperto, ricca di infinite pretese e divagazioni che può e deve durare quanto una vita”. Il che significa ricaduta sul sistema intero. Lo diceva già Platone nelle Leggi: “sterile rimane quel sapere che alloggia nella mente senza divenire governo della vita”.

Adeguare i sistemi di istruzione e formazione all’era digitale. Lo dice l’Europa che, nel Piano d’azione per l’istruzione digitale (2021-2027), ci chiede di rafforzare la cooperazione a livello europeo imparando dalla pandemia che ha portato tutti noi ad usare la tecnologia su una scala senza precedenti nell’istruzione e nella formazione. Tra giugno e settembre 2020, la Commissione europea ha svolta una consultazione pubblica aperta sul nuovo piano d’azione: quasi il 60% degli intervistati non aveva utilizzato l’apprendimento a distanza e online prima della crisi, il 95% ritiene che la crisi Covid rappresenti un punto di non ritorno per il modo in cui la tecnologia viene utilizzata nell’istruzione e nella formazione; gli intervistati affermano che le risorse e i contenuti didattici online devono essere più pertinenti, interattivi e di facile utilizzo; oltre il 60% ritiene di aver migliorato le proprie competenze digitali durante la crisi e oltre il 50% degli intervistati vuole fare di più. Il piano 2021 – 2027 si basa sul piano 2018-2020 che aveva individuato come prioritari tre settori: migliorare l’utilizzo della tecnologia digitale per l’insegnamento e l’apprendimento, sviluppare competenze e abilità digital, migliorare l’istruzione mediante un’analisi dei dati e una previsione migliori.

Il dialogo tra scienza e politica. In questo contesto, ci sembra importante sottolineare una lettera aperta inviata nei giorni scorsi al Presidente del Consiglio da un nutrito gruppo di scienziati. In questi anni abbiamo visto la politica rivolgersi alla scienza solo in situazioni di emergenza, come appunto il Covid. La lettera punta invece a sviluppare e istituzionalizzare un dialogo continuo tra politica e scienza, per far sì che le decisioni politiche siano adeguatamente informate dalle migliori conoscenze disponibili nei vari campi del sapere.  Che i Comitati Covid siano gli antesignani di una nuova era, in cui la società tutta possa iniziare un dialogo con il mondo scientifico per migliorarsi in tutti i campi? Nell’istruzione è chiaro come le scoperte delle neuroscienze abbiano indirizzato la pedagogia verso nuovi orizzonti. La stessa cosa potrebbe accadere in tanti altri campi.

Ripensare al futuro. Mentre si lotta ancora contro il Covid, l’Europa sta provando a disegnare il proprio futuro. È significativo che, dopo il varo del Piano Next Generation EU e del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), siano scesi in campo gli esperti di scienza di varie estrazioni per offrire il proprio contributo per una ripresa equa e sostenibile. Si legge nella lettera: “Ci preme raccomandare innanzi tutto che l’intervento degli scienziati non sia percepito come invasivo o elitario. Siamo ben consapevoli del ruolo fondamentale e creativo della politica per calare le esigenze scientifiche nella vita sociale con criteri di efficacia e di giustizia. Ma la scienza è un patrimonio di tutti e per tutti. Una conoscenza diffusa del metodo scientifico e dei suoi sviluppi contemporanei è necessaria: aiuta a comprendere che i problemi cui ci troviamo di fronte in tanti campi diversi non sono semplici. Occorre colmare questa lacuna, perché oggi viviamo “immersi” in sistemi complessi, con cui dobbiamo interagire in maniera corretta per trovare delle soluzioni efficaci ed eque: ci riferiamo all’economia globalizzata, alla diffusione delle pandemie, al sistema climatico, agli ecosistemi, al web, solo per citarne alcuni”.

Le richieste per la formazione. Gli scienziati chiedono al Governo di “porre in atto un grande piano di formazione e informazione, principalmente nella scuola ma anche con interventi extrascolastici di formazione permanente, che permetta di raggiungere un’alfabetizzazione estesa e un avvicinamento ai metodi e ai risultati della scienza di questi sistemi complessi da parte dei giovani e di strati i più ampi possibili dei nostri connazionali – questo permetterà un più diffuso apprezzamento della scienza, dei risultati raggiunti e delle incertezze che permangono, e si potranno riconoscere e isolare con più facilità le fake news che sempre più spesso compaiono nei mezzi di comunicazione – e crescerà quella fiducia sociale che è indispensabile ai passaggi più impegnativi”. È quello che da sempre diciamo in questo blog e ci fa piacere che l’intervento degli scienziati sia in linea con i nostri stessi ideali.

La ricerca in Italia. Perché la scienza possa fare da volano allo sviluppo della nostra società futura, è necessaria una collaborazione tra scienziati di tutti i Paesi. Da anni l’economia ci dice come gli investimenti in ricerca risultino essere un efficace moltiplicatore di sviluppo; per contro abbiamo dati ancora deficitari: l’Italia investe in ricerca solo 150 Euro annui per ogni cittadino, contro i 250 e i 400 di Francia e Germania. I ricercatori italiani sono solo 75mila, a fronte dei 110 mila della Francia e dei 160mila della Germania. Per questo gli scienziati chiedono a Draghi “in linea con il Piano Amaldi e i suoi ulteriori approfondimenti da parte di illustri colleghi, di investire in istruzione e ricerca, sfruttando anche il PNRR, per raggiungere i futuri obiettivi europei di spesa in questi settori, o almeno per allinearci con la percentuale di PIL dedicata attualmente a questo scopo dai Paesi che maggiormente puntano su un’economia della conoscenza”. Cominciamo dunque ad attuare le raccomandazioni europee, prestando ascolto ai documenti elaborati da tante autorevoli fonti, per farci carico dell’obiettivo ormai imprescindibile di promuovere un nuovo insegnamento, una nuova cultura scientifica e tecnologica: se si innova così allora potremo andare incontro alle vitali esigenze della società della conoscenza.

Leggi il report di Promethean su tecnologia e scuola per saperne di più su cosa ne pensano gli educatori in merito alla formazione del personale scolastico in Italia.